tradimenti
Elana parte 4 - il terzo spazio
Andrea72
23.03.2026 |
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"Era un termometro: gli diceva dove stava spostandosi il suo amore, e lo avvertiva quando aveva bisogno di riposizionarsi..."
Nei mesi che seguirono, impararono che non esisteva un copione. Ogni volta era diversa, e ogni volta li lasciava con qualcosa di nuovo da decifrare.Marco, con il tempo, smise di essere solo l'“altro uomo”. Diventò qualcosa di più sfumato: un complice, un amico con cui a volte cenavano senza che ci fosse sesso, un terzo che sapeva quando farsi da parte e quando restare. Davide scoprì di apprezzare la sua intelligenza, il suo umorismo asciutto, il modo in cui non cercava mai di competere. Una sera, mentre Elena era in cucina a preparare il caffè, Marco si era seduto accanto a lui sul divano e gli aveva detto: «Non so se te l'ho mai detto, ma ti stimo. Non tutti gli uomini avrebbero il coraggio di vivere così».
Davide aveva sorriso, imbarazzato e compiaciuto allo stesso tempo. «Non so se è coraggio. Forse è solo che non potevo più fare finta di essere qualcosa che non sono.»
«E cosa sei?»
Davide ci aveva pensato. «Un uomo a cui piace vedere sua moglie felice. Anche se quella felicità non la provoca lui.»
Marco aveva annuito, e in quel gesto c'era un rispetto che Davide non si aspettava.
Ma la gelosia non era scomparsa. Semplicemente, aveva cambiato forma.
Non era più quel nodo allo stomaco che aveva temuto nei primi giorni, quando immaginava Elena tra le braccia di un altro senza sapere chi fosse. Ora era più sottile, più insidiosa, e talvolta più eccitante.
Una sera, Davide tornò a casa prima del previsto. Elena non lo aspettava. Trovò la porta di casa socchiusa, e per un istante il cuore gli diede un colpo. Entrò in silenzio. Dalla camera da letto proveniva una luce soffusa e voci basse. Si fermò nel corridoio, il respiro sospeso.
Non aveva concordato di essere presente quella sera. Era un appuntamento loro due, senza di lui. E invece era lì, fuori, a origliare come un estraneo.
Sentì la voce di Elena, un riso sommesso, poi il rumore di un bacio. Sentì Marco dire qualcosa che non riuscì a distinguere, e poi un gemito di lei, trattenuto, come se stesse cercando di non farsi sentire troppo.
Davide rimase immobile. Il cuore batteva forte, ma non si mosse. Non entrò. Non bussò. Rimase lì, in punta di piedi, ad ascoltare i suoni che provenivano dalla stanza che era anche la sua, e provò qualcosa che non aveva mai provato prima: una gelosia non feroce, ma dolente, quasi tenera. Era il dolore di chi sa di essere escluso, ma sceglie di restare fuori perché sa che l'esclusione fa parte del gioco.
Si appoggiò al muro, chiuse gli occhi. Una mano scese verso la cintura, quasi senza volontà. Ascoltò i respiri affannati, il ritmo che aumentava, il grido di Elena che questa volta non trattenne, e venne con lei, in silenzio, da solo nel corridoio.
Quando la porta della camera si aprì, Marco uscì per primo. Lo vide, e per un attimo i loro occhi si incontrarono. Marco non disse nulla, ma nel suo sguardo c'era qualcosa: non imbarazzo, non complicità, ma un riconoscimento silenzioso. Poi si infilò la giacca e uscì, lasciandoli soli.
Elena lo trovò ancora lì, contro il muro, con i pantaloni ancora sbottonati.
«Sei tornato prima» disse, senza accusare.
«Sì.»
«Quanto tempo sei stato lì?»
«Abbastanza.»
Lei si avvicinò, gli si sedette accanto per terra, nel corridoio. Non gli chiese se fosse arrabbiato. Sapeva che non lo era. O forse sì, ma di un'arrabbiatura che non voleva essere risolta.
«Com'è stato?» chiese Davide.
Lei ci pensò. «Diverso. Senza di te, è diverso. Più semplice, in un certo senso. Meno intenso. A volte mi manchi quando non ci sei.»
«Ti manco?»
«Sì. È strano. Quando sei lì, nella stanza, è come se tutto fosse più carico. Più vero. Quando non ci sei, è solo sesso. Bello, ma solo sesso.»
Davide rimase in silenzio. Una parte di lui era sollevata. Un'altra, quella che stava imparando ad ascoltare, provava una fitta diversa.
«Mi dispiace» disse poi. «Di essere tornato senza avvisare. Non volevo origliare.»
Elena gli prese la mano. «Lo so. Ma ti è piaciuto, vero?»
Non lo chiese con malizia, ma con una curiosità sincera. Davide abbassò gli occhi.
«Sì» ammise. «Ma è stato anche difficile.»
«In che modo?»
«Sentirti ridere. Sentirti a tuo agio con lui in un modo che non mi aspettavo. Non è solo il sesso. È che a volte mi sembra che tu abbia con lui una confidenza che…»
Non finì la frase. Elena lo aspettò.
«Che cosa?»
«Che forse non hai più con me.»
Silenzio. Il corridoio era buio, la luce della camera accesa alle loro spalle. Elena si avvicinò, gli prese il viso tra le mani.
«Ascolta» disse. «Con Marco posso essere quella che non sono con te. Posso essere solo desiderio, solo corpo, solo quella che non ha una storia, una casa, una vita da gestire. È leggero. Ma tu sei la mia gravità. Non c'è confidenza più grande di quella che ho con te. È solo che a volte la gravità pesa, e ho bisogno di alleggerirmi.»
Davide annuì. Capiva. Ma capire non toglieva la fitta.
«Pensi che un giorno potresti volere solo quello?» chiese. «Solo la leggerezza?»
Elena lo guardò a lungo. Poi sorrise, un sorriso che aveva qualcosa di malinconico.
«Se volessi solo quello, non sarei qui con te per terra a parlare di come ti senti. Sarei ancora lì, nel letto, con lui. Invece appena è finito, appena lui se n'è andato, l'unica cosa che volevo era trovarti. Anche se non sapevo che eri già qui.»
Lo baciò, e mentre lo baciava gli slacciò del tutto i pantaloni, gli abbassò la zip con lentezza. Lui gemette, ancora sensibile dall'orgasmo nel corridoio, ma lei non si fermò.
«Adesso» disse, con la bocca vicina al suo orecchio, «voglio che tu mi faccia l'amore. E voglio che pensi a quello che hai sentito. Voglio che lo usi. Che lo trasformi in qualcosa che è solo nostro.»
Lo condusse in camera, sul letto ancora in disordine, che sapeva del profumo di Marco e del sudore di lei. Davide esitò un attimo, poi si sdraiò. Elena era sopra di lui, lo cavalcava con movimenti lenti, e mentre lo faceva gli parlava.
«Hai sentito come gridavo?» sussurrò. «Non grido mai così con te. Sai perché? Perché con te è diverso. Con te è più profondo, e a volte il profondo non fa gridare. Fa piangere. Fa stare zitti. Ma io voglio che tu sappia che anche quando grido con lui, è perché tu mi hai insegnato a non avere paura del piacere.»
Davide chiuse gli occhi. Le mani di lui le stringevano i fianchi, la seguivano nel ritmo. Ma nella sua testa le immagini si mescolavano: Elena e Marco nel letto, lei che rideva, i corpi che si muovevano insieme. E invece di allontanare quelle immagini, le tenne. Le fece entrare. Le usò come carburante per un desiderio che non finiva mai di sorprenderlo.
Quando venne, fu con un gemito strozzato che sembrava un pianto. Elena lo accolse, si lasciò cadere su di lui, e rimasero così, intrecciati, nel disordine di un letto che aveva appena visto un altro uomo.
«Non ti perderò mai» mormorò Davide.
«Lo so» rispose lei. «Perché non mi stai cercando di tenere. Mi stai lasciando andare. Ed è per questo che torno sempre.»
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Nei giorni che seguirono, Davide si accorse che la sua gelosia era diventata qualcosa di più articolato. Non era più solo il bruciore di stomaco che aveva temuto, né l'eccitazione pura dei primi tempi. Era diventata una specie di mappa: ogni volta che sentiva una fitta, imparava a chiedersi cosa la stesse provocando davvero.
Una sera, a cena con Marco e Elena, accadde qualcosa di piccolo ma significativo. Marco raccontava di un viaggio che aveva fatto da giovane in Grecia, e mentre parlava, senza pensarci, posò la mano sul braccio di Elena. Era un gesto naturale, quasi inconsapevole. Elena non si ritrasse, anzi si appoggiò appena, e Davide vide le loro mani che si sfioravano con una confidenza che parlava di intimità.
La fitta arrivò subito. Ma invece di lasciarla bruciare in silenzio, Davide la osservò. Cosa c'era sotto? Non era la paura di essere sostituito — ormai sapeva che non sarebbe successo. Era qualcosa di più sottile: la consapevolezza che tra Elena e Marco esisteva ora una geografia fatta di gesti, di abitudini, di un linguaggio che non includeva lui. E in quella consapevolezza c'era una solitudine nuova, inaspettata.
Dopo cena, mentre Marco sparecchiava, Davide si avvicinò a Elena in cucina.
«Quando ti ha toccato il braccio» disse sottovoce, «mi è sembrato naturale. Come se fosse una cosa che fate spesso.»
Elena lo guardò, senza difendersi. «Sì, a volte capita. Non ci faccio nemmeno caso.»
«Lo so. È questo il punto. Per me non è naturale. Per me è un gesto che noto, che pesa, che…» esitò. «Che mi fa sentire fuori.»
Lei si avvicinò, gli prese le mani. «Vuoi che smetta?»
Lui scosse la testa. «No. Non voglio che tu smetta. Voglio solo capire come fare a stare dentro anche a quei momenti. A non sentirmi escluso quando non sono al centro.»
Elena lo guardò con tenerezza. «Forse non devi essere sempre al centro. Forse devi imparare a stare anche nei margini. A fidarti che quando sei nei margini, è perché hai scelto di esserci, non perché ti sei perso.»
Quella notte, nel letto, Davide ripensò a quelle parole. Immaginò se stesso come un punto di osservazione che si sposta, che a volte è al centro, a volte ai bordi, ma sempre presente. E capì che la gelosia, quella nuova, non era un nemico da sconfiggere. Era un termometro: gli diceva dove stava spostandosi il suo amore, e lo avvertiva quando aveva bisogno di riposizionarsi.
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La settimana dopo, Marco propose un'idea nuova. «Vorrei provare una cosa» disse, mentre erano tutti e tre seduti sul divano di casa sua. «Vorrei che fossi tu, Davide, a decidere cosa faccio con Elena. Non chiederle. Scegliere tu. E lei può dire di no in qualsiasi momento, ma l'iniziativa sarebbe tua.»
Davide sentì il cuore battere forte. Era un potere che non aveva mai avuto, e che forse non aveva nemmeno mai desiderato. Ma ora, dopo settimane di osservazione, di gelosia esplorata, di confini ridisegnati, sentì che qualcosa in lui si tendeva.
«E tu, Elena?» chiese.
Lei sorrise. «Ho detto che sono d'accordo, purché tu non mi chieda cose che non voglio.»
«E cosa non vuoi?»
«Non lo so ancora. Dovrai scoprirlo.»
Davide annuì. Passò qualche minuto in silenzio, sentendo il peso di quella responsabilità. Poi si alzò, si avvicinò a Elena, e con delicatezza le tolse la maglietta. Lei lo lasciò fare, gli occhi fissi nei suoi. Poi si voltò verso Marco.
«Voglio che tu la baci» disse Davide. «Ma lentamente. Come se fosse la prima volta. E voglio che tenga gli occhi aperti. Voglio vederla mentre ti guarda.»
Marco obbedì. Si avvicinò a Elena, le prese il viso tra le mani, e la baciò con una lentezza quasi crudele. Elena, fedele alla consegna, tenne gli occhi aperti. Guardava Marco, ma Davide sapeva che in quello sguardo c'era anche lui. Perché era lui che aveva scelto quel bacio, quel ritmo, quella durata.
Davide si sedette di fronte a loro, le gambe incrociate, e osservò. Non si toccò. Voleva solo guardare, assorbire, sentire il potere della scelta.
«Ora» disse dopo un po', con voce più ferma, «voglio che tu la tocchi. Ma solo dove dico io.»
Guidò le mani di Marco lungo il corpo di Elena con indicazioni precise: il collo, le spalle, i fianchi, il ventre, evitando il seno e il pube. Elena cominciò a respirare più affannosamente, il corpo che si tendeva verso quelle mani che non andavano mai dove voleva. Davide la vedeva, la vedeva desiderare, e provò una sensazione nuova: non eccitazione pura, ma una sorta di potere tenero. Era come tenere in mano un arco teso, e decidere quando scoccare la freccia.
«Adesso sì» disse infine. «Il seno. E tu, Elena, chiudi gli occhi.»
Marco le sfiorò i capezzoli con i polpastrelli, ed Elena gemette, la testa all'indietro. Davide si alzò, si avvicinò, e si mise dietro di lei. Con una mano le accarezzò i capelli, mentre con l'altra guidava ancora le dita di Marco.
«Più forte» sussurrò all'orecchio di lei. «Dille di fare più forte.»
«Più forte» ripeté Marco, e obbedì.
Elena gemette di nuovo, e Davide sentì il suo corpo tremare. La tenne da dietro, le mani sulle sue spalle, mentre Marco la toccava. Era in tre, in un cerchio che non aveva un centro, o forse ne aveva tre.
Quando alla fine Davide disse «basta», e si sedette accanto a Elena, lei era senza fiato, con gli occhi lucidi. Lo guardò con un'espressione che non gli aveva mai visto: era amore, certo, ma anche sorpresa, e una sorta di timore reverenziale.
«Non sapevo che saresti stato capace di questo» mormorò.
«Nemmeno io» ammise lui.
Quella sera, quando tornarono a casa, non fecero l'amore. Si sdraiarono sul letto, vestiti, mano nella mano.
«Com'è stata?» chiese Elena. «La gelosia, stasera. Com'è stata?»
Davide ci pensò a lungo. «Non c'era» disse infine. «O forse c'era, ma trasformata. Era come se… non fosse più paura. Era un filo. Un filo che mi teneva legato a te mentre tu eri con lui. E quel filo non mi faceva male. Mi faceva sentire presente.»
Elena si voltò verso di lui, lo guardò. «Stai cambiando.»
«Lo so. Anche tu.»
«Sì. E mi piace chi stai diventando.»
«Anche a me piace chi stai diventando.»
Si addormentarono così, e per la prima volta Davide non sognò Elena con Marco. Sognò se stesso, in piedi su una spiaggia, con le braccia aperte, mentre il mare saliva e lo copriva, e invece di annegare, imparava a respirare sott'acqua.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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